La Storia dei Casinò
In Francia il termine “casinò” indica un edificio o un complesso di edifici che comprende una casa da gioco autorizzata, ristorante, sale da the, teatro, sale da ballo, … Anche in Italia è usato con questo significato, ma nel linguaggio corrente indica soprattutto una casa da gioco autorizzata. I giochi da casino’ e sono sostanzialmente la roulette e alcuni giochi di carte (come il baccarà, lo chemin-de-fer, il trenta e quaranta) e a volte anche di dadi. In alcuni di essi, come la roulette, è il casinò stesso a tenere il banco, in altri si limita a garantire ai giocatori la regolarità del gioco, prelevando una percentuale sulle vincite. In Italia il Codice Penale definisce i casinò non on line luoghi di convegno destinati ai giochi d’azzardo in Internet, anche se privati e anche se lo scopo del gioco è sotto qualsiasi forma dissimulato; proibisce i giochi d’azzardo e l’istituzione di casinò o case da gioco non online, con la sola eccezione di quelle che, in deroga alle norme generali, siano previste da leggi speciali. In Italia i casino autorizzati sono a Sanremo, Venezia, Saint-Vincent e Campione d’Italia.
I Giochi d’Azzardo:
Giochi molto eterogenei dei casino’, nei quali l’esito dipende esclusivamente o quasi dal caso e i partecipanti vincono o perdono una somma di danaro o qualsiasi altra posta (versata all’inizio o durante il gioco). I giochi d’azzardo comprendono giochi con i dadi (craps), gli aliossi e il girlo, con le carte (poker, baccarà, ventuno), con la roulette, i vari tipi di lotteria, la tombola, la morra, il biribisso e anche le scommesse. Poiché il margine lasciato all’abilità dei giocatori è minimo, l’interesse e il piacere del gioco risiedono essenzialmente nell’azzardo in Rete stesso, com’è il caso anche nei cosiddetti concorsi-pronostici (totocalcio) e nel lotto, che pure non possono essere considerati veri giochi d’azzardo. Talvolta al gusto del rischio si unisce la passione che prova il giocatore per l’avvenimento sul quale egli scommette, come nel caso delle corse dei cavalli o delle partite di calcio.
La Storia del Gioco d’Azzardo:
Ci si sono messi Proust, Dostoevskij, oggi persino la psicoterapia a cercare di spiegare quale sia la forza calamitante che attrae un individuo, apparentemente sano e consapevole di sé, verso la gola profonda che è il gioco d’azzardo. Hanno scritto splendidi romanzi e costruito architetture analitiche di grande suggestione, ma di certo c’è ancora, soltanto, che la sfida della sorte è passione, o malattia, antica quanto il mondo. Naturalmente, da condannare! Salvo poi buttarcisi a capofitto, giocatori e Istituzioni, ognuno nel proprio piccolo, chi per tentare la fortuna chi per guadagnarci sopra.
Il Rinascimento non è stato risparmiato dal vizio dei casinò. Anzi, in quanto epoca particolarmente viva da un punto di vista economico, con i soldi che giravano, le città che si riempivano di mercati e mercanti, i commerci che qualche moneta la facevano vedere finalmente anche ai più poveri tra i poveri, l’alta società che aveva scoperto il piacere della mondanità, il gioco d’azzardo visse, nel Rinascimento, un momento singolarmente vitale. Si giocava e si scommetteva. Si puntava denaro sui dadi, sulle carte, sull’esito di una partita a palla, su quello di un torneo tra cavalieri, persino sull’arrivo o meno in città di un certo principe o su quale sarebbe stata, tra tante navi, la più veloce a rientrare in porto dopo il proprio viaggio. Il tutto nonostante le proibizioni.
Ogni Stato, e più di ogni altro quello Pontificio, vietava il gioco d’azzardo, considerandolo penalmente perseguibile oltre che immorale, e riempiva i propri Statuti di decreti, leggi, divieti che non riuscivano però nemmeno ad arginare il fenomeno. Poco poterono anche i predicatori del Quattrocento, i cui anatemi, se riuscivano a convertire un’anima votata all’azzardo, ne lasciavano praticamente indifferenti altre decine. Si impose così la necessità di una giurisprudenza più morbida che certo non favorisse il gioco ma neppure lo punisse come il peggiore dei peccati. Arrivarono allora alcune concessioni, come quelle genovesi che consentirono di giocare in luoghi pubblici ma con limiti di puntate precisi e in giorni ed orari determinati; o quelle del governo di Firenze che permise il gioco solo ai maggiori di 24 anni. Alla fine del XV secolo, poi, a rendere ancor più arduo il tentativo di frenare il gioco d’azzardo, giunse una vera e propria febbre da carte.
Naibi, tarocchi, minchiate, in carta o in tela, depinte, miniate, le carte divennero una passione collettiva cui soprattutto i signori non rinunciavano, abdicando invece spesso alla propria signorilità. Come fece Beatrice d’Este che, nei casinò di Milano, letteralmente spennò i propri ospiti portando via loro tutto quanto avevano in tasca e ricevendo gli entusiastici complimenti del marito cui fece grandissimo piacere “havere inteso che avendo voi giocato con coloro li habiati pelato, eccetto poi ricordare alla consorte de tenere bono cuncto del tuto, acciochè, quando siati ritornata de qua, ne possi avere quanto tocharà a mi”. L’invenzione della stampa diede il colpo finale, consentendo una diffusione ancor più ampia ed a minor prezzo delle carte. A quel punto, divenne indispensabile per gli Stati trovare una formula che in qualche modo legittimasse il gioco e, perché no, permettesse loro di guadagnarci.
Il Lotto:
Probabilmente, il primo embrione di gioco ufficiale legato alla sorte è nato a Milano per iniziativa di un banchiere, tal Cristoforo Taverna, che il 9 gennaio del 1449 bandì l’estrazione pubblica di sette borse della ventura, contenenti nei casino ognuna rispettivamente 300, 100, 75, 50, 30, 25 e 20 ducati. È incerto a quale titolo, ma il ricavato andava al Comune e la cosa piacque tanto che proseguì a lungo negli anni, con il nome di cabala o tontina, con tanto di amministrazione gestita dagli officiales cabalarum. Anche a Modena e Ferrara si diffuse il gioco della ventura e a Venezia divenne una sorta di appuntamento fisso una lotteria a premi nella quale si vincevano gioielli, quadri, tappeti. A Firenze, nel 1530, fu addirittura istituito un sorteggio pubblico utilizzando i beni confiscati ai casinò, mentre a Lucca la posta era costituita dai lotti di terra della famiglia Guinigi.
Ma la comparsa del Lotto vero e proprio, inteso in senso molto simile a quello in cui oggi noi lo conosciamo, avvenne a Genova nei primi anni del Cinquecento. Due volte l’anno venivano eletti cinque nuovi membri del Maggior Consiglio dei casino’, scelti tra centoventi cittadini meritevoli del privilegio per prudenza e virtù. I nomi degli aspiranti venivano inseriti in un’urna detta seminario che diede nome al gioco dalla quale erano poi estratti i nominativi dei cinque futuri Magistrati. Occasione a dir poco unica per gli appassionati scommettitori che, da prima, puntarono in proprio, poi costituirono vere società e cominciarono ad articolare le regole stabilendo, per esempio, la possibilità di indicare uno, due o tre nomi possibili, congegno dal quale nacquero le giocate di estratto, ambo e terno.
In brevissimo tempo, il Gioco del Seminario dei casino’ assunse dimensioni di massa, il giro d’affari che vi si creò intorno raggiunse livelli troppo grandi perché i tenitori non sentissero di doversi salvaguardare dal pagamento di eventuali vincite superiori agli incassi, e costituirono il Monte delle Scommesse, vale a dire un fondo comune al quale attingere nel malaugurato caso di dover far fronte a perdite ingenti. Nel 1576, il Governo della Repubblica costituzionalizzò il Gioco del Seminario con una legge e diede il via alla sua definitiva diffusione in tutta la Penisola, poi imitata anche all’estero.
Alla fine, ai casinò cedette anche il Papa:
A Napoli, Milano, Venezia, Torino, il gioco prese piede ovunque. L’inevitabile divieto il Gioco del Seminario lo incontrò solo nello Stato della Santa Romana Chiesa che considerava il Lotto un peccato gravissimo. Ma certo era difficile imporne il divieto in una città nella quale all’interno degli stessi palazzi pontifici, in occasione della riunione del Concistoro voluta nel 1500 da papa Alessandro VI per l’elezione di alcuni cardinali si puntava sull’esito della seduta, e dove una sorta di estrazione fu organizzata nel 1513 per giocarsi il nome del futuro Papa, successore di Giulio II appena deceduto. Risultato di tanto rigore da parte della Chiesa, fu il proliferare dei Lotti clandestini, nei quali si puntava sulle giocate delle altre città. Nel 1666 papa Alessandro VII Fabio Chigi ordinò la scomunica per chiunque fosse colto a giocare ed altre ferme proibizioni seguirono nei decenni successivi, sempre inutilmente.
Bisogna arrivare al 1732 perché il Lotto sia accettato anche a Roma, subìto dalla Chiesa che non rinuncia, però, a rivestire il gioco dei 90 numeri di una morale cristiana e benefica. L’estrazione legalizzata riguarderà, infatti, i nomi di novanta giovani nubili romane, prive di mezzi, che verranno imbussolati e posti in un’urna dalla quale ne saranno estratti cinque; alle fortunate andranno in premio l’abito nuziale e cinquanta scudi; con il rimanente dei proventi, il Papa finanzierà opere di pietà. Il resto è storia d’oggi, con la patologica passione per il gioco d’azzardo dei casino’ ancora vivissima e la sua legale, ufficializzata riprovazione.


